28 apr 2020

"Chi offrì la propria vita per la Patria perché credeva in un'ideale adesso tocca a noi essere uniti e non rendere vano il loro sacrificio" .
Nel 75° anno dalla strage di Rovetta.
Onore ai 43 martiri della 1°Legione d'assalto M "Tagliamento"

Comitato Martiri di Rovetta



* foto in allegato di pochi giorni fa

11 apr 2020


6 mar 2020

Comunichiamo con immenso dispiacere e dolore che, il Sergente Mariano Renzetti inquadrato durante la Repubblica Sociale Italiana della 1^ Legione d'assalto M "Tagliamento" ha posato lo zaino,  il 3 Marzo 2020, è andato avanti e adesso si trova in quel lato di cielo destinato agli Eroi, insieme a tutti gli altri suoi Camerati che in quei tragici giorni di guerra civile tennero alto, tra mille insidie e difficoltà l'Onore d'Italia. Persona Integerrima, squisita, fino alla fine - nonostante la veneranda età e diversi problemi fisici - è stato presente alle commemorazioni presso il nostro Sacrario e presso la tomba al Cimitero Verano di Roma, ove si riposano i 43 Militi della 1^ Legione d'assalto M "Tagliamento" trucidati dai partigiani a Rovetta (BG) il 28 aprile 1945. Fulgido esempio di determinazione, coerenza e onestà che farebbero impallidire tanti giovani di oggi ( soprattutto del nostro mondo) si è battuto fino alla fine vincendo contro speculatori e burocrazia, nel far mettere presso il nostro Sacrario una splendida targa con su riportati tutti i nomi dei caduti della Legione Tagliamento. 

Sergente Mariano Renzetti PRESENTE !!!




1 ott 2019


MEMORABILE  14^  VISITA  AI  CADUTI  DI  ROVETTA  AL  VERANO
Neanche il maltempo è riuscito a fermare l’Associazione Reduci della 1^ Legione D’Assalto ‘M’ Tagliamento, che con stoica determinazione ha portato a compimento la 14 ^ Visita alla Tomba dei Caduti della gloriosa Legione, proseguendo la promozione della serie annuale delle Commemorazioni in loro ricordo e omaggio da essa stessa istituita. Sotto una pioggia battente, domenica mattina 22 Settembre 2019 s’è snodato un corteo di fedelissimi dietro alla sontuosa Corona di fiori, che è stata posta ai piedi dell’Arca. Qui il vicepresidente Cav. Paolo Piovaticci ha porto il Saluto dell’Associazione ai 43 Martiri i cui resti mortali in essa riposano, e al saluto del professore Antonio Romano Pantano patrono dell’edizione e a quello di Andrea Barghese Scirè figlio del Comandante Junio Vanerio Borghese, ha fatto seguire i ringraziamenti ai presenti, tra i quali la signora figlia di Luigi Ferretti e consorte, il Camerata Giuliano Marchetti fondatore e conduttore della nota Consul Press e Andrea Viventi, Rappresentante dell’Ancis per l’avvocato Juan Carlos Gentile suo segretario, articolando una sintetica sequenza della Cerimonia commemorativa che qui si riassume.                                                                                                                                 Sono intervenuti l’anziano Camerata Antonio Bacolini, che ha ricordato il fratello Caduto a 17 anni nella guerra in Spagna, il cui Sacrificio lo associa ai nostri Martiri, il giovane camerata Viventi Andrea in nome dell’Ancis di cui ha recato  il saluto imponendo con l’At-tenti un minuto di silenzio in onore dei nostri 43 giovani Martiri, il cav. Piovaticci che ha ricordato il Pluridecorato della Tagliamento e Membro dei Probiviri dell’Associazione Luigi Ferretti scomparso recentemente in modo inatteso e da noi profondamente patito., illustrandone la grandezza e la esemplarità di Camerata, di leale e ‘vero’ Amico, e di coraggioso difensore del ‘giusto’ e senza remore di fronte a ‘chiunque’ Quindi, ha annunciato il ‘Premio Alto Morale istituito dall’Associazione, quest’anno assegnato al ‘bersagliere e Reduce insigne della RSI Giovanni Rebaudengo leggendone la motivazione riportata nel Diploma.                                                                                                                                 Il Camerata Antonio Bacolini davanti al frontale della sacra Tomba ha fatto l’Appello ai Caduti, al termine del quale per tre volte tutti alzando il braccio romanamente e a voce alta hanno pronunziato la parola ‘Presente!’. Lo stesso quindi, a chiusura della sintetica ma intensa edizione, ha letto la tradizionale ‘Preghiera del Legionario’.                                                                                                   Non vogliamo tacere, ma ricordare di aver notato che, quasi per incanto, dall’iniziare dell’Incontro svoltosi davanti alla Tomba dei nostri Ragazzi, fino al suo terminare, la pioggia battente ha cessato di cadere, per riprendere a farlo, intensamente, a incontro finito.                                                                                                                                        Da notare altresì la compostezza quasi militaresca tenuta durante tale incontro da parte dei Convenuti, che ha offerto una rara ed esemplare immagine della fede, della determinazione e dell’affetto verso i nostri Caduti e quelli della Rsi da chi ‘non dimentica’ ma ‘prosegue’ il ricordo dell’Italia Vera passata rispetto a quella non italiana di oggi.                                                     

Pubblichiamo in memoria



16 set 2019


DOMENICA 15 SETTEMBRE 2019


Presso il Sacrario monumentale del Cimitero Verano di Roma, alla presenza del Sergente Maggiore Mariano Renzetti, Milite Nando Caciolo e la famiglia del Sottotenente Gregorio Misciatelli si è svolta la commemorazione in ricordo dei 43 Militi della 1^Legione M D'Assalto "Tagliamento" barbaramente trucidati a Rovetta (BG) il 28 aprile 1945. La funzione, si è svolta come sempre con la massima compostezza e serietà e ha visto una buona partecipazione. Punti più importanti e salienti,  sono stati l'omelia di Padre Marco, che con le sue parole profonde ,riesce sempre ad arrivare al cuore di ogni presente e il   discorso del  Presidente dell’ Ass. Campo della Memoria, Alberto Indri, che ha ricordato l'importanza di onorare una fede e un ideale in maniera onesta, trasparente e corretta in un discorso di Continuità Ideale e di supporto concreto alla iniziative sia di volontariato, sia militanti, sia culturali, che storiche, che ci vedono protagonisti nel corso dell'anno, ormai da qualche tempo. La cerimonia, si è chiusa nella massima temperanza, ricordando a voce ad uno ad uno, caduti di quel drammatico giorno di sangue.

10 giu 2019

Lovere
8 Giugno 1945- 8 Giugno 2019
Il Comitato Martiri Rovetta ricorda i Legionari Emilio Le Pera e Francesco De Vecchi , assassinati da Partigiani ubriachi ,vennero prelevati dall'ospedale , torturati e gettati vivi nel lago d'Iseo l'8 Giugno del 1945.
Noi non dimenticheremo mai le atrocità perpetrate dagli assassini di sempre.









20 mag 2019

Il Comitato Martiri di Rovetta ringrazia tutti i presenti che ieri hanno sfidato la pioggia per ricordare i 43 Militi della Tagliamento assassinati 74 anni fa.
Nonostante le menzogne che ancora oggi tentano di mistificare la verità, uomini liberi, patrioti , hanno ricordato il martirio ed il sacrificio di chi cadde per l'Italia.







16 mag 2019


 COMUNICATO 
Commemorazione di Lovere 
Ogni anno la commemorazione di Lovere viene svolta il giorno precedente a quella di Rovetta per un fattore logistico nel penultimo fine settimana del mese di maggio, tale data è fissata a metà tra le due ricorrenze.
Abbiamo sempre mantenuto questa organizzazione per permettere ai reduci di poter presenziare ad entrambe.
Come già ribadito in passato più e più volte la commemorazione di Lovere ha raggiunto questa importanza mediatica per via delle tensioni che ogni anno si porta appresso. Tensioni di cui non ci sentiamo protagonisti ne partecipi. La portata di questa commemorazione è diventata tale per cause di forza maggiore, permettere ai reduci di poter ricordare i propri camerati senza correre il rischio di essere attaccati fisicamente dall'agglomerato antifascista protagonista delle tensioni che il lascia passare delle istituzioni permette.
Era stata richiesta la data del 25 maggio, ma ci è stata vietata per via delle elezioni europee.
Abbiamo deciso quindi di anticipare al 18 maggio, in accordo con la questura, ma oggi a cinque giorni di distanza ci viene comunicato che non sarà possibile svolgerla per via del patrono di Lovere che è proprio sabato 18. Prendiamo atto e accettiamo coscientemente la decisione e la volontà di evitare tensioni in una giornata importante per il paese di Lovere.
Coscienza e buon senso caratteristiche che ci contraddistinguono, al contrario di altri, quali associazioni antifasciste e istituzioni stesse che cercano da anni uno scontro sia politico che (seppur velatamente) fisico.
"L'anno prossimo farete un passo indietro, con le buone o con le cattive" disse illudendosi qualcuno due anni fa'.
Noi a questa sagra delle pagliacciate non partecipiamo.
Detto ciò, il buon senso appunto ci ha fatto scendere a dei compromessi che abbiamo deciso di accettare.
Ma sia ben chiaro sin da ora che la commemorazione è ufficialmente spostata al giorno vero e proprio della ricorrenza della morte dei Soldati Le Pera e De Vecchi in data 8 GIUGNO.
Sì svolgerà come sempre in maniera composta senza recare nessun disagio.
Il disagio lo lasciamo a chi nel disagio ci vive e ci sguazza e che in nostra assenza nulla avrebbe da dire.
A breve uscirà una locandina con tutte le informazioni.
Ci vediamo a Rovetta domenica 19 maggio e a Lovere l'8 giugno.

10 apr 2019

COMUNICHIAMO A TUTTI I CAMERATI CHE IL
 NUOVO INDIRIZZO MAIL E' IL SEGUENTE :
comitatomartirirovetta@gmail.com




“Con l’avvicinarsi della primavera, il 28 aprile di ogni anno, sull’ imbrunire, dalla strada che scende dal Passo della Presolana, raffiche di vento strisciano tra le case poste sotto la montagna, rumoreggiando sulle pietre della via come un passo chiodato; sembra un passo cadenzato: è il marciare dei Ragazzi della Tagliamento, quando di pattuglia, scendevano a valle cantando“…per voi ragazze belle della via che avete il volto della primavera, per voi che siete tutta poesia e sorridete alla camicia nera…”
 Si! è il cantare dei Legionari trucidati a Rovetta, che tornati in quella vallata, risalgono sulla Presolana, dove ogni notte sono di pattuglia; cantano, marciano e, mentre attendono giustizia, si chiedono e chiedono "PERCHE’ ?"
(tratto dal libro "ONORE-Una strage; perché? Rovetta 28 aprile 1945" a cura di Giuliano Fiorani)






ANDRISANO Fernando, anni 22
AVERSA Antonio, anni 19
BALSAMO Vincenzo, anni 17
BANCI Carlo, anni 15
BETTINESCHI Fiorino, anni 18
BULGARELLI Alfredo, anni 18
CARSANIGA Bartolomeo Valerio, anni 21
CAVAGNA Carlo, anni 19
CRISTINI Fernando anni 21
DELL'ARMI Silvano, anni 16
DILZENI Bruno, anni 20
FERLAN Romano, anni 18
FONTANA Antonio, anni 20
FONTANA Vincenzo, anni 18
FORESTI Giuseppe, anni 18
FRAIA Bruno, anni 19
GALLOZZI Ferruccio, anni 19
GAROFALO Francesco, anni 19
GERRA Giovanni, anni 18
GIORGI Mario, anni 16
GRIPPAUDO Balilla, anni 20
LAGNA Franco, anni 17
MARINO Enrico, anni 20
MANCINI Giuseppe, anni 20
MARTINELLI Giovanni, anni 20
PANZANELLI Roberto, anni 22
PENNACCHIO Stefano, anni 18
PIELUCCI Mario, anni 17
PIOVATICCI Guido, anni 17
PIZZITUTTI Alfredo, anni 17
PORCARELLI Alvaro, anni 20
RAMPINI Vittorio, anni 19
RANDI Giuseppe, anni 18
RANDI Mario, anni 16
RASI Sergio, anni 17
SOLARI Ettore, anni 20
TAFFORELLI Bruno, anni 21
TERRANERA Italo, anni 19
UCCELLINI Pietro, anni 19
UMENA Luigi, anni 20
VILLA Carlo, anni 19
ZARELLI Aldo, anni 21
ZOLLI Franco, anni 16


CIMITERO DI ROVETTA LA TOMBA


CIMITERO DI ROVETTA  LE LAPIDI

LA STRAGE DI LOVERE (Bg)

Mercoledì 25 aprile 1945 un piccolo presidio della 1^ Legione "M" d'Assalto “Tagliamento”, 26 militi della 4^ Cmp - II Rgt - di stanza nell’edificio delle scuole elementari a Piancamuno in Val Canonica venne sorpreso  da un gruppo di partigiani fra i quali vi erano dei polacchi in divisa tedesca. Malgrado la sorpresa i Legionari reagiscono, ma le perdite sono gravi : 9 morti fra cui il comandante aiutante maresciallo Ernesto Tartarini e tre feriti. Anche il comandante partigiano, però, tale Luigi Macario, viene ucciso insieme ad altri due, cosicché i partigiani, rimasti senza comandante, cedono al fuoco intenso dei Legionari superstiti e si ritirano. A questo punto giunge in aiuto una squadra del plotone Guastatori al comando del Vice Brigadiere Amerigo De Lupis. Egli si rende conto che i tre feriti che giacciono all’Ospedale di Darfo non hanno una assistenza adeguata. Uno dei tre, infatti, Sandro Fumagalli, muore la mattina del 26, Allora nel pomeriggio il De Lupis, con una piccola scorta, porta i due feriti. ancora vivi all’ Ospedale di Lovere, sul lago d’Iseo. Ma egli non sa che i partigiani stanno occupando la città. Al mattino, infatti, il locale presidio del 612° Comando Provinciale della G.N.R. comandato dal Ten. Agostino Ginocchio si è arreso a un gruppo di partigiani e altri partigiani stanno affluendo dalle montagne. Così il De Lupis e i suoi uomini vengono sorpresi all’uscita dall’ Ospedale e catturati. Condotti presso la casa canonica (Palazzo Bazzini) che veniva utilizzata come prigione, vennero rinchiusi insieme agli uomini del  Ten. Ginocchio. Testimoni dell’epoca affermano che ai prigionieri vennero inflitti pesanti maltrattamenti. Il 30 aprile un legionario, Giorgio Femminini di 20 anni, ottenne di potersi sposare con la sorella di un commilitone, Laura Cordasco, così fu condotto in chiesa col De Lupis e il commilitone Vito Giamporcaro come testimoni. Ma poichè la cerimonia si prolungava i partigiani condussero via tutti gli uomini del De Lupis e li portarono dietro il cimitero dove furono massacrati con raffiche di mitra. Gli uccisi furono sei: Amerigo De Lupis, Aceri Giuseppe, Femminini Giorgio, Mariano Francesco, Giamporcaro Vito, Alletto Antonino. I due Legionari: Le Pera Giovanni e De Vecchi Francesco, ricoverati, come si è detto, in ospedale per gravi ferite, furono quasi ogni giorno percossi e maltrattati e, infine, prelevati da partigiani fra il 7 e l’ 8 di Giugno, oltre 40 giorni dopo la fine della guerra, percossi, seviziati e, infine, gettati nel lago e annegati.
Nella foto, il Vice Brigadiere Amerigo DE LUPIS

8 GIUGNO 1945
Emilio Le Pera e Francesco De Vecchi
rapiti dai partigiani dall’ospedale e gettati vivi nel lago. Questa è un’altra storia dimenticata da tutti. Ma è una delle più tragiche di quei tristissimi giorni. Non si impara a scuola. Sono passati esattamente 72 anni da quel massacro che ora rievocheremo. Lovere, in provincia di Bergamo, sul lago d’Iseo, fu teatro della una morte atroce di due giovanissimi legionari della Tagliamento della Repubblica Sociale Italiana, Emilio Le Pera e Francesco De Vecchi, uccisi dai partigiani l’8 giugno 1945, a guerra finita da un pezzo. Le circostanze atroci in cui sono morti Le Pera e De Vecchi meritano di essere ricordati, perché purtroppo la sorte di questi due ragazzi è spesso “oscurata” da quella, altrettanto atroce, dei 43 giovani, anche loro della Rsi, avvenuta qualche giorno prima a Rovetta. La storia nella zona è molto nota, ma è stata raccontata in diversi libri, tra cui quello di Giampaolo Pansa I gendarmi della memoria. Le Pera e De Vecchi furono torturati e gettati vivi nel lago d’Iseo. De Vecchi e Le Pera erano due militi della Tagliamento. Dopo uno scontro armato con i partigiani, alcuni legionari rimasero feriti, tra cui Le Pera, 22 anni da Catanzaro, rimasto gravemente ferito alle gambe, e De Vecchi, 19enne nato nell’Alessandrino. Trasferiti all’ospedale di Lovere, rimasero degenti vegliati dalle loro famiglie. I partigiani garibaldini erano frattanto arrivati a Lovere, e i superstiti militi della Gnr si arresero a loro. Il 30 aprile vennero tutti fucilati all’esterno del cimitero. Lo strazio delle madri che tentavano di fermarli Intanto i due feriti soffrivano atrocemente, erano sedati con la morfina. Ciononostante, secondo le testimonianze, i partigiani, dopo una cena in una vicina trattoria, da Cino, decidevano di assassinarli. Già nei giorni precedenti entravano nell’ospedale per insultarli e minacciarli. Rammenta la sorella di Francesco: “Tutti i giorni, dei partigiani venivano a trovare Beppe, un loro compagno, ricoverato. Erano sempre percosse per mio fratello e per l’amico Le Pera”. Il dottor Tullio Corazzina, medico del medesimo ospedale, in un rapporto steso dai carabinieri locali, il 4 aprile 1957, così dichiarava: “Ricoverati per numerose e gravissime ferite, i due furono durante la loro degenza, soggetti di ripetute angherie e di continue minacce”. Finché, la sera del 7 giugno arrivarono quattro partigiani armati e li portarono via di peso, dopo aver tagliato i fili del telefono dell’ospedale. Alle famiglie che cercavano di fermarli dissero che li avrebbero sottoposti a processo. Fu un’altra menzogna: i due giovani agonizzanti vennero gettati in riva al lago, sul molo di sant’Antonio, e percossi con sbarre di ferro. Alla fine, li buttarono nel lago, probabilmente ancora vivi, anche se in condizioni disperate. Giorno 8 giugno 1945: inutili le ricerche della madre e della sorella dei due giovani: hanno cercato ovunque le due donne disperate. Hanno chiesto, a tutti, ma nessuno conosce il fatto. Si trovano solo tracce di sangue sul pontile, vicino al lago. Dei ragazzi non si hanno notizie. Riprendiamo la deposizione del medico dell’ospedale di Lovere: “…prelevano, dal loro letto, i due feriti sanguinanti e, sordi alle implorazioni di una madre, li trascinano in riva al lago e, dopo averli seviziati, li gettarono nelle acque”. Il lago d’Iseo non restituirà mai più i loro corpi. Fu un’efferatezza ingiustificabile: se è già grave uccidere dei prigionieri senza processo e a guerra finita, torturarli e assassinare prigionieri feriti è una colpa ancora peggiore. Bastano episodi come questo, in mancanza di scuse e di pentimento, per gettare fango sulla lotta partigiana, anche perché non ci sono notizie che i colpevoli siano stati mai sottoposti a processo.
di ANTONIO PANNULLO

CANTONIERA DELLA PRESOLANA - L' ALBERGO FRANCESCHETTI
DOVE ALLOGGIAVANO I MILITI DELLA TAGLIAMENTO

LE SCUOLE ELEMENTARI DI ROVETTA. 
QUI VENNERO PRELEVATI I MILITI
DELLA TAGLIAMENTO E PORTATI ALLA FUCILAZIONE

VETTA LOCALITA' GRATAROLA : I RESTI DELLA BAITA CHE OSPITO'
 I LEGIONARI NELLA NOTTE TRA IL 27 E 28 APRILE 1945

IL MURO DOVE AVVENNE L'ECCIDIO

I FORI DI PROIETTILE NEL MURO

SETTEMBRE 1945
LE FOSSE COMUNI NELLE QUALI FURONO BUTTATI
I CORPI DEI 43 TRUCIDATI


LA RIESUMAZIONE DEI CORPI






LA TOMBA NEGLI ANNI 60

IL GIOVANISSIMO LEGIONARIO VINCENZO (ENZO) AUSILI, 
SCAMPATO ALL’ ECCIDIO DI ROVETTA, INSIEME AL CAPPELLANO DELLA LEGIONE PADRE ANTONIO INTRECCIALAGLI, 
FOTOGRAFATO SUL MONTE GRAP

Le promesse dei vili l’inganno e il tradimento
Di Franca Poli

Da settant’anni l’Italia, ogni anno, il 25 aprile celebra la liberazione, la fine vittoriosa della guerra antifascista. Il riferimento è dato dalla coincidenza col giorno in cui il Comitato di Liberazione nazionale dell’alta Italia (Clnai) proclamò l’insurrezione della popolazione e delle forze partigiane contro il nemico nazifascista. In realtà festeggiamo ancora oggi un fatto che non avvenne: non si verificò mai nessuna sommossa popolare e, se è vero che le città si svuotarono di presidi militari tedeschi e italiani, fu perché gli stessi si ritirarono. Solo con l’arrivo delle prime jeep americane le vie e le piazze presero ad animarsi e fecero la loro comparsa individui stranamente vestiti con addosso accozzaglie di cappelli e divise, che imbracciando armi, in molti casi mai usate esibivano bracciali tricolori o fazzoletti rossi nuovi fiammanti.E qui potremmo aprire il balletto delle cifre riguardanti il numero dei partigiani che aumentò vertiginosamente a “liberazione” avvenuta. In quei giorni, i tedeschi oramai avevano stipulato un accordo con gli angloamericani per una pace separata e raggiunsero pressoché indisturbati il confine col Brennero. I reparti della RSI, senza ordini precisi, alcuni si avviarono verso il ridotto della Valtellina, altri invece, ormai tagliati fuori decisero di sciogliersi, di provare a raggiungere le loro abitazioni e, nella confusione del momento, taluni invece consegnarono spontaneamente le armi alle bande partigiane. C’era stato un preciso invito a farlo, ripetuto via radio da giorni, in cui il Clnai esortava alla resa garantendo il riconoscimento della condizione di prigionieri di guerra. In realtà mentre si cercava di offrire al popolo italiano l’immagine di una “Resistenza” rispettosa delle convenzioni internazionali, era invece stata avviata una sanguinosa e spietata resa dei conti in cui sarebbero incappati non solo i fascisti che avevano aderito alla Repubblica Sociale, ma anche i civili che erano iscritti al Pfr o semplicemente giudicati simpatizzanti. Appelli insomma, in cui si assicurava la salvezza e il trattamento secondo la legge di guerra, mentre in realtà spesso veniva attuata una disposizione “segreta” emessa dal Corpo volontari della Libertà (Cvl) che stabiliva chiaramente che gli appartenenti alle Brigate repubblicane e tutte le truppe volontarie erano considerate fuori legge e condannati a morte. Uguale trattamento andava riservato anche ai feriti trovati sul campo e in caso fossero fatti dei prigionieri, dopo l’interrogatorio, andavano eliminati entro le tre ore. E’ il caso di aprire una parentesi per ricordare come in Emilia Romagna si verificarono i crimini più efferati, negati dalla storiografia partigiana e venuti a conoscenza dell’opinione pubblica solo in epoca recente. Nel territorio compreso fra le province di Bologna, Reggio, Ravenna e Ferrara, denominato poi il triangolo della morte o triangolo rosso, a guerra finita, e fino al 1949, si scatenò una vera e propria rappresaglia ai danni di civili che restarono vittime di vendette gratuite. Persone che addirittura non erano state di convinta fede fascista, ma di orientamento moderato e che, concluse le ostilità, divenivano altrettanti nemici della sempre auspicata rivoluzione comunista. Gli attivisti delle brigate partigiane del partito comunista nascosero e conservarono nel territorio dei depositi di armi che, non a caso, finirono successivamente, durante un altro buio periodo della nostra storia, nelle mani degli apprendisti terroristi di formazione extraparlamentare e clandestina rifacentesi alle “volanti rosse” che avevano scorazzato impunite nella nebbiosa pianura padana, ma questa è un’altra storia. Quello di cui oggi voglio raccontare è l’episodio riguardante un reparto di giovani militi che trovarono un’atroce morte per mano di banditi unilateralmente spacciatisi per liberatori. La legione d’assalto Tagliamento della Guardia Nazionale Repubblicana era composta da circa 1400 uomini al comando del console Merico Zuccari. Comprendeva due battaglioni: il 63° composto per lo più di veterani, e il battaglione della Camilluccia, formatosi a Roma dopo l’armistizio con l’adesione di giovani e giovanissimi operai e studenti che, vista la vergogna nazionale dell’8 settembre, avevano sentito il dovere di servire la Patria e aderire alla RSI. Mentre il grosso della legione si ritirava verso il
Tonale, gruppi eterogenei erano rimasti isolati nei presidi più defilati della Valcamonica. Un reparto, staccato dal grosso del contingente, era agli ordini del sottotenente Roberto Panzanelli. Si trattava di un plotone della sesta compagnia del battaglione Camilluccia, composto di trentaquattro elementi, molti dei quali giovanissimi. Durante gli ultimi giorni delle Repubblica si era attestato nell’albergo della famiglia Franceschetti presso il passo della Presolana in Valcamonica e, con ogni probabilità, fu proprio lì che Panzanelli ascoltò gli appelli radiotrasmessi che invitavano alla resa con l’assicurazione dello “status” di prigionieri di guerra e durante i quali veniva anche opportunamente comunicata la ormai quasi totale resa dei reparti operanti nel territorio. Dopo una breve consultazione con i suoi uomini il sottotenente, chiese al proprietario dell’albergo di accompagnarlo fino al vicino paese di Clusone, dove era attestata una esigua forza di partigiani locali, coi quali intendeva trattare la resa. Scendendo lungo la valle con la bandiera bianca, non si imbatterono in nessun gruppo di partigiani in cerca di gloria, l’unico incontro che fecero fu quello con un drappello di altri tredici legionari che, dopo alcune resistenze iniziali, si unirono a loro. I militi scendevano marciando in triste silenzio per valli e sentieri, erano lontani i giorni in cui risuonavano i rumori dei loro baldanzosi passi chiodati che si confondevano con le note dei canti “…per voi ragazze belle della via che avete il volto della primavera, per voi che siete tutta poesia e sorridete alla camicia nera…” La sera del 26 aprile 1945 si presentarono in fila a Rovetta, poco distante dalla meta che volevano raggiungere. Un paesino che è tuttora una piacevole località alle pendici delle Alpi Orobiche e che accolse con stupore e una certa indifferenza i nuovi arrivati. La popolazione infatti al posto dei fanatici sanguinari descritti dalla propaganda antifascista, vide sfilare per le strade dei ragazzi dallo sguardo sperduto, disorientato, tutti di un’età compresa tra i quindici anni dei più giovani e i ventidue dei più anziani. Sotto quegli elmetti, che per alcuni risultavano troppo grandi, le persone alle finestre, affacciate alle porte delle loro case, scorsero soltanto visi scavati da una stanchezza fisica e morale, dovuta sì alla marcia logorante, ma soprattutto alla tristezza di avere ancora nell’animo il forte desiderio di non abbandonare la lotta. Il plotone fu accolto da don Bravi, il prete del posto e da un ufficiale dell’ex regio esercito, il maggiore Giuseppe Pacifico, responsabili coordinatori della resistenza locale, i cosiddetti “patrioti” appena costituitisi, dopo la data del 25 aprile. Il comandante Panzanelli si intrattenne a lungo a colloquio con loro e, solo dopo aver ricevuto tutte le assicurazioni e le più ampie garanzie di salvezza per i suoi uomini, si apprestò a firmare la resa. La decisione non fu ampiamente condivisa dai militi, lo testimonia il racconto del legionario Fernando Caciolo, allora quindicenne “la triste notizia mi colse mentre insieme a pochi commilitoni stavo consumando qualche panino seduto su un muricciolo ai margini del paese. Due camerati vennero ad avvisarci (…)dopo una prima scomposta reazione rabbiosa, profondamente delusi, decidemmo di proseguire da soli(…)Poco dopo il Pacifico cominciò ad arringarci, invitandoci a deporre le armi, ad evitare altro spargimento di sangue tra italiani a guerra oramai conclusa, chiamandoci fratelli e garantendoci il trattamento dei prigionieri di guerra(…)ne seguì un abbraccio fra il nostro comandante e questo individuo, per cui seppur con profonda amarezza, ci accingemmo a deporre le armi sul pavimento, cosa che anche io feci mentre le lacrime mi riempivano il viso e mi sentivo umiliato e indifeso”(testimonianza di Caciolo, Anagni 22 novembre 1998). Dopo la firma della resa avvenuta tra il sottotenente Panzanelli e i due responsabili (documento peraltro di cui si sono perse le tracce e mai più ritrovato) i giovani vennero chiusi in alcune aule scolastiche messe a disposizione dal “comitato di accoglienza” poterono così riposarsi e rifocillarsi grazie al cibo offerto loro dalla popolazione. In zona oltre ai rappresentanti locali della resistenza, si aggiravano gruppi di sbandati che, a differenza, si definivano partigiani veri e propri e che si vantavano di questa particolare distinzione perché meritevoli, a loro dire, di aver militato in armi contro il nemico nazifascista. A sconvolgere la sostanziale tranquillità che regnava in paese, appena si sparse la notizia che a Rovetta, con la resa della Tagliamento, avevano, senza colpo ferire, riempito “l’armeria”, arrivarono tutti i gruppi di imboscati che si trovavano nei pressi e quella mattina del 27 aprile nel cuore della Valcamonica, si trovarono riuniti, per spartirsi il bottino e prendersi il merito dell’arresto, i principali esponenti della resistenza del posto. Così presto riemersero le contraddizioni e i contrasti che avevano caratterizzato questi gruppi fino ad allora. Come ben sappiamo in alcuni casi lo scontro tra le varie formazioni di tendenze opposte non si era limitato all’ambito dialettico, ma era sfociato in vere e proprie faide conclusesi con la eliminazione fisica degli avversari. Ricordiamo uno su tutti il caso eclatante di Porzus in Friuli, avvenuto nel febbraio precedente, quando i comunisti capitanati da “Geko”, passarono per le armi, senza tanti complimenti, i partigiani della brigata monarchica Osoppo. Fra questi lo zio del famoso cantante Francesco De Gregori. Dunque quella mattina c’erano tutti, Fiamme verdi, militanti della brigata Camozzi, rifacentesi al Partito d’Azione e rappresentanti della 53a brigata Garibaldi, di fede comunista. Ad accompagnarli vi era anche uno strano e misterioso uomo, che si ignorava precisamente chi fosse, si sapeva con certezza che si faceva chiamare il Moicano e che si trattava di un ufficiale del Soe (Special Operations Excutive). Un servizio di collegamento con l’esercito inglese per tenere sotto controllo le velleità rivoluzionarie della resistenza. Chi avesse disposto di uccidere i militi, ancora oggi è rimasto un mistero, perché vigliaccamente da par loro, dopo la guerra e durante le fasi processuali, si sono accusati l’un l’altro, si sono nascosti dietro assenze vere o fittizie, si sono scambiati nomi e identità e tutti quasi di comune accordo, indicarono il Moicano come colui che diede l’ordine, cosa peraltro smentita dallo stesso don Bravi, ma la realtà dei fatti non cambia, in seguito a quella malaugurata riunione di infami, il 27 aprile si decise l’eliminazione dei militi repubblicani della Tagliamento. In quelle ore venne prelevata da casa anche la giovane Amelia Angeloni colpevole di essere la fidanzata di un sottoufficiale già detenuto alla scuola di Rovetta. Fu condotta anch’essa nei pressi dell’edificio scolastico dove un uomo della Camozzi, tal Angelo Rossi detto “Buchi”, voleva prelevarla insieme al fidanzato per condurla in un cascinale fuori paese, solo l’intervento del maggiore Pacifico evitò il peggio, la ragazza fu lasciata fuggire e si nascose in casa di un abitante di Rovetta. Il maggiore però non mostrò altrettanto impegno nel salvare la vita dei militi della Tagliamento, perché da quel momento si fece di nebbia, lasciandoli sotto la custodia del parroco e di pochi altri paesani. Nel dopoguerra durante la testimonianza resa dal prete risultò aver detto testualmente prima di allontanarsi” Ho incontrato i comandanti partigiani della zona e mi dissero li facciamo fuori. Io risposi di non volerci entrare. Il “Buchi” messo in stato di all’erta dall’atteggiamento incerto assunto dal Cln di Rovetta, non perdeva di vista i combattenti repubblicani trasferiti e abbandonati dal Pacifico in una baita fuori dal paese. Verso sera al comando di un gruppo dei suoi, fece irruzione nel rifugio e, sotto la minaccia delle armi (forse le stesse da loro consegnate) i militi vennero derubati delle giacche a vento, delle mostrine e delle decorazioni, preziosi souvenirs da sfoggiare a guerra finita a riprova della militanza nelle file della resistenza. Racconta il sopravvissuto Fernando Caciolo “Il “Buchi” e tutti gli altri presero a gozzovigliare e si divertivano a immaginare di quale morte ci avrebbero ucciso, se tramite fucilazione o per impiccagione o ambedue, per il giorno successivo: queste le affermazioni che dal sovrastante locale ci venivano trasmesse a squarciagola. Ad ore alterne scendevano a maltrattarci, bastonarci e depredarci, tanto che a me fu strappata un’armonica a bocca regalatami dal compianto capitano Alberto Martinola, comandante la mia compagnia di appartenenza, la quinta, e caduto sul Mortirolo…” Fu una lunga notte, gran parte dei Legionari capì che quelle sarebbero state le loro ultime ore di vita e si preparavano con rassegnazione al peggio, mentre altri ostinatamente cercavano di trovare conforto nelle promesse fatte dai comunicati radiofonici e dalla parola data dai membri del comitato di liberazione di Rovetta. Era ancora buio, un’alba umida e grigia si alzava su un triste 28 aprile, i ragazzi della Tagliamento emaciati, feriti, infreddoliti vennero incolonnati all’esterno della baita e una leggera pioggia primaverile bagnava quei giovani visi già rigati di lacrime, mentre con le armi spianate i banditi conducevano il corteo verso il paese. Ad accoglierli vi erano tutti: altri partigiani della Camozzi, alcuni della 53° Garibaldi, il Moicano, Bepi Lanfranchi e Zaverio Fornoni, Bortolo Gusmeri, Battista Torri e non so chi dimentico in questo deprecabile elenco, ma nessuno poteva mancare al piacere di assistere e partecipare alla ormai decisa eliminazione dei fascisti della Tagliamento. Il prete don Bravi, (o “don Abbondio”?), oramai unico custode dei prigionieri dopo che Pacifico si era defilato, provò senza successo e forse con poca convinzione, almeno all’inizio, a intervenire in difesa dei legionari. Il sottotenente Panzanelli, era un timido giovane ventiduenne, con gli occhiali, poco più che ragazzo, con poca esperienza e con incarichi più grandi della sua età. Quando fu brutalmente informato dai nuovi arrivati del crudele destino che sarebbe toccato a lui e ai suoi soldati, provò a protestare, chiese udienza e, condotto davanti al comandante dei partigiani presenti, fu preso a pugni e schiaffi, tanto che gli fecero cadere gli occhiali. Cercò inutilmente di esibire la copia dell'atto di resa, ma fu fatto a pezzi davanti ai suoi occhi, chiese ancora che fosse lui soltanto a pagare, sollecitando per i suoi soldati un trattamento equo così come previsto dai patti sottoscritti, ma per tutta risposta gli strapparono gli ultimi effetti personali e gli sputarono in viso, dovette così raccogliere dignitosamente gli occhiali e avviarsi al suo crudele destino. Continuano così i ricordi dei sopravvissuti “Finito con l’ufficiale che ridussero in uno stato pietoso, cominciarono con noi e non rispettarono neppure quelli che di noi erano stati feriti. Terminato ci ordinavano di disporci a gruppi di dieci e al nostro passaggio ci colpivano con i calci dei moschetti e delle pistole” A gruppi così disposti furono condotti lungo il muro perimetrale del cimitero, cinque dal lato nord-est dove li attendeva il plotone di esecuzione comandato da Battista Torri e cinque dalla parte opposta nord-ovest, dove ad aspettarli invece c’era Bortolo Gusmeri con i suoi. Tra i primi cinque condotti al patibolo, il comandante Panzanelli. Li fucilarono senza aspettare che il parroco potesse confessare anche a chi chiedeva, come ultimo desiderio, il conforto dei Sacramenti. In fila per cinque contro il muro del cimitero, sul lato nord est vennero uccisi con normali fucili a ripetizione, dalla parte opposta invece si trovarono di fronte una potente mitragliatrice che martoriò e straziò i loro corpi. Durante le operazioni di eliminazione dei legionari, un ragazzo allora quindicenne riuscì a fuggire gettandosi dalla finestrella di un bagno di fortuna, era Fernando Caciolo, di cui ho riportato alcune testimonianze. Unici superstiti di questa crudele strage insieme a lui furono altri tre ragazzi di poco meno di quindici anni Vincenzo Ausili, Sergio Bricco e Cesare Chiarotti. Salvati questi ultimi da un intervento tardivo, ma decisivo del parroco che, finalmente, sentito il richiamo della veste che portava e abbandonato il suo pilatesco atteggiamento, si frappose fra i giovani e i loro assassini “Fummo risparmiati per intercessione del parroco di Rovetta il quale si parò davanti a noi e disse a “Fulmine” che se intendeva fucilare anche noi tre intendeva di essere sacrificato anche lui. Fu così che Fulmine ci risparmiò dicendoci che tale atto poteva costargli la vita” (Sergio Bricco dep. Pretura di Como, gennaio 1950). Se al sottotenente Panzanelli era stato riservato l’onore di essere ucciso per primo, al contrario, il ventenne Giuseppe Mancini, prima di essere passato per le armi, fu costretto ad assistere all’uccisione di tutti i suoi commilitoni solo perché era nipote del Duce, figlio della sorella Edvige. Il ragazzo, giovane sergente, dopo questo crudele trattamento, passando accanto ai suoi camerati li chiamò uno per uno a voce alta, terminato con onore il rito, si girò verso i suoi aguzzini e con una dignità e un coraggio fuori dal comune offrì loro il petto per la scarica finale. Un po’ di onore di fronte a tanta vigliaccheria. Finite le operazioni i soldati della Tagliamento furono scaraventati letteralmente oltre il muro del cimitero, senza rispetto alcuno e sepolti alla bell’ e meglio, in una fossa comune scavata in fretta e furia all’interno e non fu lasciato alcun segno distintivo che avrebbe potuto in seguito favorire il riconoscimento dei morti. Né venne lasciata nessuna traccia dei beni personali, orologi, oggetti d’oro e portafogli che mai furono riconsegnati ai familiari. Cadde su Rovetta, sul frastuono degli spari di quel giorno, sulle lacrime dei ragazzi sopravvissuti, sui corpi martoriati dei legionari, un silenzio complice, motivato dal desiderio di tacitare il rimordere della coscienza e ovviamente causato anche dalle pressioni esercitate sulla popolazione al fine di relegare nell’oblio la tremenda carneficina. Solo nel settembre del 1945, dopo una denuncia anonima, iniziarono le indagini sulla strage di Rovetta, che portarono a un processo terminato nel 1950 in cui tutti e sedici i partigiani rinviati a giudizio per “aver cagionato volontariamente e con particolare crudeltà la morte di 43 militi della divisione Tagliamento”, furono giudicati “non punibili”. Non starò qui a disquisire sull’appiglio della legge che considerava non punibili coloro che avevano agito per “necessità”: fu un assassinio, una strage crudele di giovani inermi che si erano arresi e contro i quali non esisteva nessuna “necessità” di lotta, ma questa fu la giustizia applicata ai giovani martiri di Rovetta. Una giustizia che consentì agli eroici partigiani di scaricare ogni responsabilità, di restare al sicuro e nel dopoguerra accampare diritti per meriti non propri, ricevere medaglie, incarichi, pensioni, prebende al prezzo del sangue di quei ragazzi che avevano scelto di combattere per l’onore d’Italia e morirono da uomini con coraggio, forti, eretti, senza piangere e senza implorare. A ricordarli oggi nel cimitero teatro della tragedia una lapide e una croce con i nomi dei 43 giovani legionari. I morti chiedono giustizia, è ora di conoscere i fatti, di recuperare completamente la nostra memoria storica senza censure o silenzi.
da "Ereticamente"
ROMA CIMITERO DEL VERANO
LE BARE DEI 43 MARTIRI TRASLATE AL VERANO
SALUTATE DA PARENTI E PERSONE PRIMA
DI ESSERE TUMULATI NELLA TOMBA

ROMA CIMITERO DEL VERANO LA TOMBA


IN MEMORIA  DEL COLONNELLO MERICO ZUCCARI
Merico Zuccari nasce il 6 novembre 1906 a Saavedra nelle pampas argentine da Famiglia emigrata da Montefano (MC), ma nel 1907 il padre lascia il lavoro nelle ferrovie di Buenos Aires e rimpatria. Frequenta le Scuole Elementari al paese d'origine, dove la diretta coltivazione di poderi consente al nucleo familiare una vita agiata. Sposa Clara Trombettoni di Porto Recanati (MC) e nel 1932 ha una figlia, Maria. Nel luglio 1922 si iscrive al PNF di Montefano e in ottobre partecipa alla Marcia su Roma. Dopo le Scuole Medie a Macerata frequenta l'Istituto Tecnico Agrario e nel 1924 segue corsi specializzati in ortofruttofloricoltura a Genova, dove partecipa ad iniziative goliardiche fasciste. Compie studi anche all'Istituto Tecnico Agrario di Ascoli Piceno e il 20 dicembre 1926 ottiene il diploma di Perito Agrario a Todi. Assolto dal 16 ottobre 1926 il Servizio di Leva e dal 28 luglio 1930 Sottotenente di Fanteria, dal 1933 è in Tripolitania con il Corpo Truppe Coloniali e dal 1935 in Eritrea quale Capomanipolo del 1.Battaglione CC.NN. Coloniale. Il 24 gennaio 1936 nel Tembien con la Divisione CC.NN. 28 Ottobre e contro le bande di Ras Cassa e Ras Sejum difende Passo Uarieu per consolidare la conquista di Macallé (2 gennaio 1936).Nel 1937 è effettivo alla 68.Legione CC.NN. di Imola (BO). Promosso Centurione l'1 gennaio 1938 per Meriti in A.O. viene trasferito alla 2.Legione Libica. Il 14 dicembre 1940 resta ferito in Albania ad Hodati con relativa mutilazione al braccio destro presso l'Istituto Ortopedico di Firenze. Dopo la convalescenza, è alla 6.Legione Universitaria di Genova e l'1 aprile 1943 diviene Seniore. Alle ore 2 del 26 luglio 1943 quale Comandante del XLI Battaglione “M” Armi Accompagnamento 1. Divisione Corazzata CC.NN. si presenta a Trevignano (RM) al Console Ermacora Zuliani che comanda il Gruppo Battaglioni Tagliamento per aggiungere la sua opposizione a quella del Comandante del LXIII Battaglione “M” 1° Seniore Mario Rosmino, contro l' iniziativa del Console di vietare movimenti di CC.NN. verso Roma. Nel settembre 1943 continua nella fedeltà all'alleato tedesco e assume il Comando del LXIII Battaglione “M” che a Roma, radunatosi alla Caserma Mussolini dal 14 settembre, sarà il nucleo della 1. Legione
MVSN “M” impegnata in Abruzzo dal 29 settembre nella cattura di prigionieri di guerra liberati dai regi. Nella 1. Legione "M" confluiscono gli AA.UU. MVSN di Ostia e i resti del XVI Battaglione “M” che, reduce dalla Balcania e in accampamento a Ponte Galeria nell'Agro romano, agli ordini del Console Gustavo Marabini è l'unico a tentare di marciare sulla Capitale il 26 luglio 1943, però fermato alla Magliana da lanciafiamme e carri armati del Corpo d'Armata Motorizzato comandato dal Generale Giacomo Carboni. Tenente Colonnello dal 28 novembre 1943 e Colonnello dal 24 maggio 1944, in RSI comanda gli oltre mille Militi della Legione GNR “M” Tagliamento, che avrà almeno 256 Caduti ed è stata secondo i tedeschi il Reparto più efficiente per la sicurezza del territorio. Dopo ottimi risultati nel Vercellese e prima di raggiungere il territorio di Sassocorvaro (PS) per compiti di retrovia sulla linea gotica, ai quali seguiranno il rastrellamento del 21 settembre 1944 sul Monte Grappa e presidi in Val Camonica, a metà giugno 1944 durante la lieta visita di iscritti ONB di Bologna alla Legione in sosta a Villa Impero, ascolta e interroga, placa ardori e invita gli Avanguardisti ad essere buoni patrioti. Termina la guerra il 3 maggio 1945 a Revò nell'Alto Trentino occidentale e via Svizzera e Genova inizia una latitanza con altro nome in Argentina che dura 14 anni mentre monta in Italia la persecuzione giudiziaria. L'11 gennaio 1950, in un secondo processo disposto dal Tribunale Supremo, è assolto dal Tribunale Militare di Firenze che annulla la condanna a morte del 1947 emessa a Bologna. In congedo dal 20 giugno 1955 ed espulso dall'Esercito il 29 luglio 1955, ottiene il beneficio della liberazione condizionale il 9 novembre 1959 con virtuale scarcerazione. La concessione è deliberata dal Tribunale Militare di Milano che lo aveva condannato il 28 agosto 1952 alla pena dell'ergastolo. Poco dopo il rientro in Italia, forse provato dalle forti emozioni in occasione dei festeggiamenti da parte di Commilitoni e paesani, muore a Montefano (MC) il 5 dicembre 1959 per infarto cardiaco.

 CIMITERO DI MONTEFANO - LA TOMBA